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Home I Grandi Portieri Frank Borghi
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Frank Borghi

fotografia frank borghiQualche anno fa vennero a chiedermi che fine avessi fatto e dove fossi finito. Ero sempre stato lì, che novità, nella mia Saint Louis. Avevo aperto un ufficio di pompe funebri, da sempre il ramo di famiglia. Da ragazzino guidavo io il carro per la ditta di mio zio, Paul Calcaterra. Sulla Hill. Eravamo quasi tutti italo-americani in città. I miei figli se ne sono andati a Kansas City, qualcuno aveva cominciato a giocare a calcio come me, poi hanno smesso. Qualche volta il calcio lo guardo in tv. Di tanto in tanto mi fermo a Wilbur Park a fissare i ragazzini che corrono dietro il pallone, li chiamo e gli chiedo Ehi kids, posso fare il vostro coach? Loro mi sorridono e continuano a correre, che ne sanno di me, che ne sanno della storia di Frank Borghi.

Mi piaceva molto allenarmi. Era il baseball che amavo. Ma mia madre non voleva, avevo 14 anni quando allontanò uno scout venuto per offrirmi un provino. Che cos’è il baseball, ragazzi, non lo capirete mai. Non avevo i piedi buoni per giocare a calcio, un giorno decisi di provare in porta. Imparai a coprire gli angoli e a tenere gli occhi sulla palla. E’ quello il segreto del baseball. Così imparai a prenderla. Quasi mai la calciavo lontano, temevo che sarebbe salita in cielo e poi cascata giù alle mie spalle. Preferivo allontanarla con le mani, non so come avrei fatto con le regole nuove, sarebbe stato molto rischioso per me. E poi in tv mi piace guardare il calcio femminile. Del resto ogni tanto mi divertivo pure a giocare a softball.

A Saint Louis, sulla montagna, erano arrivati molti italiani da Cuggiono, tanti altri da vicino Milano. Spesso ci trovavamo nella chiesa di Sant’Ambrogio. Un quartiere operaio. Quando scoppiò la crisi economica del ’29, polacchi ebrei e tedeschi lasciarono la città. La Hill si trasformò in un’altra Little Italy. Fu allora che arrivò lui. Dico Joe Causino. Era stato il direttore dell’associazione dei giovani cristiani. Venne e portò lo sport. Non eravamo mai usciti dalle nostre strade. Ci sposavamo fra di noi, gli abruzzesi con le milanesi, i napoletani con le siciliane. Joe ci portò in giro a giocare a calcio contro gli ispanici e gli irlandesi. Vincemmo il campionato del Missouri e poi quello americano, ma in realtà i più bravi di noi nello sport erano Yogi Berra e Joe Garagiola. Uno andò a fare il ricevitore dei New York Yankees, l’altro finì ai Cardinals. Beati loro.

Noi del calcio fummo chiamati dalla nazionale. Eravamo cinque. Tutti dilettanti, e dilettanti erano quelli arrivati dalle altre città. C’era Joe Maca che vendeva carta da parati. Joe Gatjens, originario di Haiti, lavava piatti per pagarsi gli studi di ragioneria alla Columbia University. Harry Keough faceva il postino, Charlie Colombo aveva una macelleria, Walter Bahr insegnava educazione fisica, Gino Pariani era operaio. Ci ritrovammo tutti insieme ai Mondiali del ’50 in Brasile. Ben McLaughlin venne a salutarci alla partenza, disse Ragazzi andate voi, non posso, al lavoro non gli avevano dato le ferie.

Prima di partire, ricordo che perdemmo 5-0 con il Manchester. Gli inglesi dicevano football, noi dicevamo soccer. Il Crusader Clarion mise una nostra foto in pagina e ci chiamò Armata Brancaleone. In effetti. Una volta arrivati in Brasile, perdemmo la prima partita con la Spagna per 3-1. Poi nel girone ci toccò l’Inghilterra che aveva battuto il Cile. Loro avevano inventato il calcio, noi lo giocavamo perché non eravamo né Yogi Berra né Joe Garagiola, non eravamo abbastanza buoni per il baseball. Era il primo Mondiale della nazionale inglese. Avevano boicottato le edizioni precedenti, non ritenendo che il mondo fosse alla loro altezza, offesi dalla decisione della Fifa di fargli giocare le qualificazioni. Loro, i Migliori, i Re del calcio, e mi raccomando le maiuscole. Avevano vinto 23 partite su 30 nel dopoguerra, tra cui un 4-0 all’Italia e un 10-0 al Portogallo, a Lisbona.

frank borghi immagine link youtube

Inghilterra-Stati Uniti. Giocammo a Belo Horizonte, Estadio Independencia, il campo faceva schifo, noi eravamo abituati. Gli inglesi lasciarono a riposo un po’ di giocatori, compreso il più grande di tutti al mondo, Stanley Matthews. Intendevano risparmiarlo per il turno successivo. Matthews era arrivato in Brasile in ritardo, reduce da una turnée in Canada. Quel giorno, il 29 giugno del ’50, rimase a guardare. Bill Jeffrey, il nostro coach, prima della partita disse ai giornalisti che eravamo vitelli pronti per il macello. Il Daily Express scrisse che sarebbe stato giusto darci tre gol di vantaggio e poi cominciare a giocare. Gli inglesi avevano la maglia blu, vinsero il sorteggio e preferirono battere la palla al centro, io scelsi la porta in favore di vento, e lì mi sistemai. Nei primi 12 minuti l’Inghilterra colpì due pali, una traversa e tirò sei volte in porta. Ma in porta c’ero io. Dopo 37 minuti scoprimmo che c’era pure un’altra metà del campo. Il professore Walter ricevette un lancio da 25 metri e calciò, Joe il lavapiatti si lanciò in tuffo sulla palla, poteva essere a quattordici-quindici metri dalla porta, la sfiorò di un niente, quel tanto per spiazzare il loro portiere. Dio mio, avreste dovuto vedere la loro faccia. Furiosi. E come delle furie attaccarono. Per tutto il secondo tempo. Loro dicevano football, noi dicevamo soccer. Parai tutto. Compreso un colpo di testa di Jimmy Mullen sulla linea di porta, anche se gli inglesi protestarono, convinti che la palla fosse entrata. Tom Finney, alla fine, disse alla stampa che in porta per gli Stati Uniti aveva giocato un gremlin.

fonte: http://carotenuto.blogautore.repubblica.it/