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Home I Grandi Portieri Julien Darui
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Julien Darui

fotografia Julien Darui Prima di me erano tutti notai. Stavano lì a certificare il gol. Anche i più grandi. Zamora, Plànicka, Hiden, Combi. Tutti. Di loro si diceva che fossero dei monumenti. Si capisce. Non si muovevano mai. Il loro posto di lavoro era la linea di porta. Sarà che a scuola mi piaceva la geometria, ma se il portiere è l’unico a poter toccare il pallone con le mani in tutto quello spazio, allora il vantaggio deve sfruttarlo. Non può starsene lì ad aspettare. Io così feci. Non aspettavo. Sono stato il primo a uscire dai pali per afferrare un cross. Parve una rivoluzione, a me sembrava una ovvietà.  Sono stato anche il primo a rinviare sia con i piedi sia con le mani. Si perdevano meno palloni. Due novità nate qui, dentro la mia testa. Adesso la Francia si vanta di me, mi votarono miglior portiere del secolo. Peccato che non sapessero di avere il miglior portiere del Novecento quando serviva, nel 1938, altrimenti non mi avrebbero lasciato in panchina nel Mondiale che giocammo in casa. Ero la riserva di Laurent Di Lorto, più giovane di lui di sette anni. Con i terzini Mattler e Cazenave, suoi compagni anche al Sochaux, formava un terzetto che chiamavano “linea Maginot”. Che speranze avevo? Non misi mai piede in campo. Del resto, la Francia durò due partite. Una vinta contro il Belgio, l’altra persa contro l’Italia. L’Italia del braccio teso, del saluto fascista in terra di Francia, sommerso dai fischi della nostra gente. I campioni.

Sono nato in Lussemburgo, ma i miei si erano trasferiti prestissimo in un piccolo villaggio della Lorena, Audun-le-Tiche, avevano aperto un caffè. Ho cominciato fuggendo. Ho raggiunto il calcio scappando dalla finestra di casa, avevo 12 anni, non volevano che andassi allo stadio. In porta ero bravo già da ragazzino, arrivarono dallo Charleville per offrirmi un contratto, a 19 anni appena. Ci voleva un gran bel coraggio per proporne uno a un portierino alto un metro e 69. Ma io pensavo, calcolavo, compensavo l’altezza con la mia idea del gioco. La teoria. Anche per questo con lo Charleroi arrivammo subito in finale di Coppa di Francia. Era il ’36. Com’è bello avere vent’anni. In finale ci sarei tornato nel ’39 con l’Olympique lillois, nel ’45 con il Lille, e in mezzo l’unica vinta: 1942, con il Red Star.  Ho giocato 4 finali di Coppa di Francia con 4 squadre differenti, solo Franck Sauzée in seguito ha eguagliato il mio record (con  Sochaux, Marsiglia, Monaco e Strasburgo).

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