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Home I Grandi Portieri Aldo Olivieri
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Aldo Olivieri

fotografia aldo olivieriA Palazzo Venezia, nella festa del Mondiale 1938, Mussolini gli toccò virilmente la spalla: «So che l'eroe siete stato voi: avete salvato l'Italia». Aldo Olivieri nel primo match, contro la sorprendente Norvegia, aveva parato così bene sul gigante Brynhildsen giunto solo davanti a lui, da indurre l'avversario a fermarsi: «La palla andò a sbattere all'incrocio dei pali: l'avevo appena sfiorata con le dita deviandola in angolo. Prima di battere il corner quel calciatore andò dall'arbitro, gli chiese di fermare il gioco: venne a stringermi la mano».

Aldo Olivieri aveva la grandezza del campione nei mezzi atletici e nei riflessi felini, ma anche nella cura con cui "studiava" il suo ruolo. Sosteneva di aver rubato un segreto alle ballerine: andava a spiare, nelle scuole di ballo, i passi piccoli che non fanno perdere l'equilibrio «e ti sposti che quasi non te ne accorgi». Nella testa, serbava nel ricamo di una cicatrice i segni profondi del suo coraggio di numero uno. Era accaduto il 31 dicembre 1933, al rientro nel Padova da un paio di infortuni a una spalla, in un'amichevole con la Fiumana. L'irruenza di un attaccante su una sua spericolata uscita gli aveva fratturato il cranio. I medici avevano lavorato col trapano per rimettere in ordine ossa e idee e rimandare indietro la nera signora arrivata in anticipo. Era rimasto fermo sette mesi, poi aveva dato un calcio ai consigli dei dottori, ricominciando a darne al pallone.

Per cinquantanni quel buco nella testa, parola sua, lo fece svegliare regolarmente col mal di testa e lo rese sensibile al clima: «In ritiro, quando ero al Torino, andavo dai miei compagni e dicevo: oggi pomeriggio usate i tacchetti lunghi, pioverà. E loro: ma come, c'è il sole. Pioverà, pioverà, lo dice la mia testa. E regolarmente pioveva». L'uomo della pioggia era nato a San Michele Extra, vicino a Verona, il 2 ottobre 1910, e la prima vocazione l'aveva avvertita per il ciclismo. Alla prima corsa in montagna, però, si era arreso ansimante; gli amici gli avevano chiesto allora di giocare in porta, lui lungo e secco, in un torneo giovanile: «Al debutto presi quattro gol. Allora andai a vedere come si allenavano i portieri e seguii il loro esempio. A fine torneo la mia squadra si classificò seconda e mi diedero la medaglia d'argento come miglior portiere». Aveva trovato la sua strada. Lo prese il Verona, in B, con cui debuttò nel 1929-30, e tre anni dopo passava al Padova, per la sua stagione più sfortunata, otto presenze in tutto e poi convalescenza.

Fu Egri Erbstein, futuro mago del Grande Torino, a volerlo a quel punto alla Lucchese. Era il 1934, due anni dopo esordiva in Nazionale a Berlino, 2-2 con la Germania. Pozzo aveva trovato un degno successore per il grande Combi, Olivieri fu il portierissimo della vittoria iridata in Francia. Subito dopo passò al Torino, quattro stagioni per veder nascere la squadra della leggenda e nel 1942 torna in B, al Brescia. Qualche partita nell'Audace di San Michele, nel campionato di guerra 1944, e poi il ritiro, per avviare una fortunata carriera di allenatore, con Inter e Juventus nel blasone. Morì a Lido di Camaiore il 5 aprile 2001

fonte: http://www.storiedicalcio.altervista.org/